UNA CHIAVE DI LETTURA PER IL PRESENTE

pecore al pascolo - Abruzzo Travel and Food

A dicembre 2019 la transumanza è stata riconosciuta Patrimonio immateriale dell’Unesco. Cosa di concreto questo porterà in Abruzzo, a livello turistico-culturale, ancora non si sa. Di fatto però il riconoscimento internazionale dà importanza ad un’identità tipica regionale che è chiave di lettura fondamentale per capire l’Abruzzo. La transumanza, ormai quasi del tutto scomparsa, è un qualcosa di veramente lontano dal nostro modo di vivere attuale, tra mille comodità date per scontate. Sulla transumanza circolano a volte descrizioni bucoliche ma la vita del pastore transumante è tutt’altro che idilliaca. Già solo la lontananza dalla famiglia per otto mesi ogni anno – dalla partenza per il Tavoliere delle Puglie ad ottobre, al ritorno in Abruzzo solo a giugno – basterebbe a descrivere il sacrificio. A questo va aggiunta la fatica fisica della vita transumante, l’assenza totale di comodità. C’è un volume “La pastorizia a Scanno” di Marco Notarmuzi che ben descrive queste dinamiche che possono essere considerate comuni, pur nelle differenze locali, a quelle di altre comunità di pastori transumanti d’Abruzzo.

La vita dei pastori in famiglia durava tre mesi

La festa di Sant’Antonio da Padova, il 13 giugno, accoglieva a Scanno i pastori che dopo otto mesi tornavano dalla Puglia. Poi c’erano a luglio la festa della Madonna delle Grazie e quella della Madonna del Carmine, due occasioni ravvicinate per dar modo di partecipare a tutti i pastori che nel frattempo erano sulle montagne circostanti insieme al gregge (che ovviamente non era in paese perché parliamo di migliaia di capi).

Durante l’estate, da giugno a settembre, si concentrava la vita del pastore a casa, di conseguenza anche la vita di coppia era concentrata in questo periodo. Si procreava generalmente in questo lasso di tempo e le culle si riempivano in primavera. I matrimoni pure si celebravano in estate. Poi a ottobre, tassativo, scoccava il tempo della nuova partenza perché tutto ruotava intorno alle pecore. Non è un caso se il termine pecunia deriva dal latino pecus, bestiame. Le pecore erano la vera ricchezza: a testimoniarlo, ancora oggi, sono i palazzi signorili di Scanno e di molti borghi interni dell’Appennino dove si viveva di pastorizia e lana.

GABRIELE D’ANNUNZIO, Alcyone

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d’acqua natia
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io cò miei pastori?

Il trauma della partenza per chi va e per chi resta

La festa di Sant’Eustachio, il 20 settembre, era l’ultima della stagione, prima della nuova partenza. Quando in autunno cominciavano i preparativi per affrontare il tratturo, i pastori più anziani spesso facevano testamento. “La partenza – scrive Marco Notarmuzi -, salutata sempre con sobrietà e contenutezza, era accettata serenamente tra lacrime pudiche e spesso nascoste: sia chi partiva, del resto, come chi restava, sapeva che eventuali notizie belle o brutte che fossero, le avrebbero avute soltanto a maggio, con le pecore che risalivano per pascere” sulle montagne intorno a Scanno e agli altri paesi di provenienza. Restavano in paese le donne: infatti le comunità che vivevano grazie alla transumanza sono tutte società matriarcali. Le donne crescevano i figli e badavano alla casa e, soprattutto, dovevano lavorare – cardare, filare, tingere e tessere – la lana da vendere. Scanno, ad esempio, è ancora oggi piena di archi anneriti dal fumo dei pentoloni di panni messi a tingere, con erbe rigorosamente naturali reperite nel territorio.

Gabriele D'Annunzio nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Scanno

La foto di D’Annunzio e quella tensione emotiva del distacco

C’è una fotografia in bianco e nero che è un documento storico di straordinaria importanza e che ben testimonia il dolore per il distacco della partenza. Era il 20 settembre 1896, festa di Sant’Eustachio, vigilia della partenza degli uomini per la transumanza. Un momento davvero emotivamente intenso. A Scanno c’era Gabriele D’Annunzio. Nell’immagine, scattata all’interno della chiesa di Santa Maria della Valle, si nota che tra gli scannesi le uniche sedute sono le donne, vestite in costume tipico, sedute alla turca nella navata centrale. Gli uomini sono tutti in piedi, a destra. D’Annunzio e una sua amante sono seduti sulle panche a destra. Si vede chiaramente il poeta girato verso le donne. D’Annunzio rimase molto colpito dalla tensione emotiva percepita.

I pastori abruzzesi tutt’altro che analfabeti

Contrariamente a quanto si può pensare, la lenta sconfitta dell’analfabetismo tra i pastori avvenne prima rispetto ad altri. Anche per necessità. Sapere leggere e scrivere permise infatti di spedire e ricevere lettere e di alleviare le preoccupazioni della distanza. Tuttavia, ricorda Notarmuzi, era sempre tra maggio e ottobre che i pastori transumanti potevano festeggiare in paese una nascita o un matrimonio di un proprio caro o piangere per un lutto verificatosi nell’assenza. E viceversa anche i pastori transumanti in Puglia non potevano avere il conforto di nessuno nemmeno nella malattia. “Agli abruzzesi – scrive de Musso – veniva negata la gioia di sapere subito della nascita di un figlio e, soprattutto, la consolazione di esalare l’ultimo respiro nell’abbraccio dei propri cari”. Tanti sono i pastori deceduti in Puglia durante la transumanza, alcuni erano anche ragazzi di 10 o 12 anni.

Il pastore abruzzese non è mai stato, scrive Marco Notarmuzi, un analfabeta e ha sempre letto opere come la Divina Commedia, l’Orlando furioso, la Gerusalemme liberata. Era anche dotato di autoironia: riusciva a ridere della strana realtà che lo vedeva proprietario di case signorili in paese (vedi Scanno) mentre per lavoro era costretto ad abitare in tuguri. Riguardo questa situazione il pastore recitava anche stornelli ironici, composti da lui stesso, a testimonianza di senso dell’umorismo e di una certa alfabetizzazione.

Un gregge, foto ente Parco nazionale Gran Sasso e monte della Laga
Un gregge, foto ente Parco nazionale Gran Sasso e monte della Laga

La transumanza, sistema gerarchico e organizzato

La transumanza prevedeva un sistema verticistico con una gerarchia molto rigida che faceva capo al proprietario. Notarmuzi spiega che in un gregge di cinque mila pecore alle dipendenze del proprietario si avranno: un massaro (responsabile unico e primo nella gerarchia di pastori); due cascieri; quattro butteri; ben 25 pastori, otto ragazzi e due scamazzi. Anche bambini di nove o dieci anni potevano essere portati in transumanza. Le pecore erano suddivise per età e sesso, pecore da latte, montoni, pecore gravide. Poi ci sono gli animali al seguito: qualcosa tipo cinque muli, cavalli, venti asini e ben 40 cani di razza pastore abruzzese, fondamentali nella difesa dal lupo. I prodotti caseari dovevano essere comunque lavorati ogni giorno durante la transumanza verso la Puglia e nel ritorno. Si mungeva mattina e sera e si cagliava mattina e sera. Anche nel viaggio da e verso il Tavoliere si facevano ovviamente i formaggi da vendere nei paesi che si attraversavano. Tutto era perfettamente organizzato, anche per ottimizzare i tempi.

Gli stazzi dei pastori, una vita di sacrificio

Inizialmente il pastore nella sua dura vita utilizzava grotte naturali per ripararsi con il gregge. Poi costruì lo stazzo: con recinti di muri a secco se era uno stazzo permanente, con reti se si trattava di uno stazzo mobile come durante la transumanza. Solo successivamente arrivarono quindi le capanne da pastore: nell’Aquilano (Roio) era diffusa la forma a trullo presa a modello dalla Puglia. C’è poi un altro tipo di ricovero che è quello delle pagliare, molto diffuse in Abruzzo (famose le Pagliare di Tione, per esempio) e indicano un’integrazione tra pastorizia e vita agricola verso forme di insediamento stabili.

Ringraziamo Enzo Gentile per averci fatto conoscere il volume di Marco Notarmuzi “La pastorizia a Scanno”

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