transumanza delle pecore

       La transumanza delle pecore rappresentava per i pastori un’avventura molto faticosa e pesante, oltre ad essere piena di pericoli non indifferenti. Tanto è vero che molti custodi di greggi più avanti con l’età si premuravano di fare testamento prima della partenza. Però l’allevamento delle pecore dava guadagni più alti di tutte le altre attività agricole, e a molti permetteva rapidi arricchimenti con la relativa scalata sociale. E questo succedeva anche ai commercianti di pelli, i cosiddetti “bassettieri” il cui nome derivava dalle “bassette” che erano gli agnelli morti alla nascita. Un esempio per tutti è quello dei Sipari, antenati materni di Benedetto Croce, che a forza di scuoiare ovini e rivenderne le pelli diventarono, nel giro di poche generazioni, i più facoltosi di Pescasseroli e si fecero costruire ai primi dell’Ottocento un palazzo ben più imponente di quello degli antichi baroni del luogo. 

La transumanza spiegata dallo storico molisano Liborio Casilli

Per queste ragioni, oltre che per i tanti risvolti avventurosi, lo storico molisano Liborio Casilli ha ritenuto di paragonare molti aspetti delle transumanza appenninica con la colonizzazione del Far West nordamericano. Nel 1989, con il titolo “La transumanza, Far West degli Appennini”, svolse infatti una relazione in un convegno presso la State University of New York at Albany. Si tratta di un accostamento che può apparire ardito ma è probabile che lo studioso se ne servì per far meglio comprendere i risvolti della transumanza delle pecore all’uditorio americano. 

       Casilli, nel suo saggio storico, cita fra l’altro le parole di un giurista foggiano del ‘700, Domenico Cimaglia. Questi il quale sosteneva che “…quella industriosa plebe [di pastori, di butteri, di massari, nda] è un semenzaio dal quale sorgono ad ogni ora ricchi cittadini, e da questi i nobili e i Baroni”. Così come nel West, fra i pionieri, erano frequenti i repentini arricchimenti e le folgoranti arrampicate sociali. 

       In generale, seguire la transumanza delle pecore era faticoso e rischioso. Casilli ricorda “centinaia di chilometri percorsi sui tratturi; gli animali selvatici pronti ad aggredire greggi e custodi; la presenza di ricercati e di fuorilegge sui monti e nelle boscaglie; l’inclemenza delle stagioni che mieteva vittime tra uomini e animali”. Situazioni di  pericolo che ricordano quelle del “selvaggio West”. 

        A tutto ciò, afferma lo storico, si deve aggiungere “la disonestà taglieggiatrice degli ufficiali feudali che riscuotevano le tasse e balzelli”. Oppure le guardie che controllavano gli sconfinamenti delle greggi nei campi coltivati o nei pascoli vietati. E a mano a mano che ci si addentrava nel Tavoliere “si manifestava da parte degli agricoltori pugliesi un incontenibile odio perché i pascoli erano considerati terreni indebitamente sottratti alla coltivazione”. Il che ricorda le lotte violente tra gli allevatori e gli agricoltori dell’Ovest americano, con l’immancabile contorno di recinzioni e di filo spinato, spesso degenerate in faide sanguinose durate per generazioni. 

Pecore in transumanza

       “Tutti questi motivi ed altri ancora – rileva Casilli – influivano sul comportamento dei pastori e spesso esplodevano in risse violente e in uccisioni, con conseguenti latitanze che andavano a ingrossare le fila del brigantaggio”. Ed aggiunge: “La stessa necessaria connivenza dei pastori con avventurieri e vagabondi, o l’immagine rude e forte, talvolta violenta, di alcuni pastori richiama alla mente figure che hanno costellato la colonizzazione del West”.  “Che dire poi – prosegue lo storico – delle figure poco scrupolose di cacciatori e di mercanti di pellicce in America e di commercianti di pelli del Tavoliere pugliese (detti ‘bassettari’)?”. 

       Inoltre “vi sono altre cose che accomunano i pionieri americani ai pastori appenninici” e sono “il desiderio di autonomia e di libertà, lo spirito di avventura, la lotta per la sopravvivenza, il desiderio dei transumanti di liberarsi delle pastoie feudali così come il desiderio dei coloni americani di liberarsi dai vincoli giurisdizionali degli Stati dell’Est”. 

       Lo studioso molisano ci fa sapere che, al termine delle fatiche del viaggio verso la Puglia, i ricchi trovavano accoglienza a Foggia in comode abitazioni dove certi tipi di rapporti “venivano decorosamente mascherati”. Si trattava infatti di vere e proprie case di tolleranza. Lo si può dedurre “dalle forti spese sostenute e registrate che non sono giustificate dal solo vitto e alloggio”.  “I poveri invece – prosegue Casilli – si alternavano nelle numerose taverne, in località il cui nome è un programma, come quello del ‘Ponte delle puttane’; dove anche gli spettacoli non dovevano molto differire dai ‘leg shows’ del Far West”.

Nelle sue conclusioni Casilli ci tiene a far sapere che l’intento di questo lavoro era quello di “una provocazione/invito a comparare due culture” segnate da troppi luoghi comuni. “Si pensi – prosegue – quanto danno abbia arrecato all’esattezza dei fatti una certa cinematografia dei western”.

Lo storico vede però anche somiglianze più profonde dei due fenomeni migratori. “La forza suggestiva di nuove terre, la perseveranza nel voler migliorare il proprio stato economico, il desiderio di uscire dagli orizzonti del villaggio, l’inconscio istinto di osare l’inosabile”.

Giorgio Mendicini
Abruzzo Travel and Food

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