Il rogo è anche un problema sociale: occorre ricostruire un legame

Prevenzione incendi, quali soluzioni?

Migliaia di ettari di boschi in fumo, un enorme impiego di denaro per spegnere i roghi, danni all’ambiente, alla salute, al turismo e molto altro. Ogni estate gli incendi mostrano le due facce dell’Italia: forze eccezionali nei momenti di crisi, assoluta debolezza nella prevenzione. Vediamo, con l’aiuto degli esperti, quanto pesa questa emergenza fatta di voli di canadair da 15 mila euro l’ora. Soldi che potrebbero essere impiegati preventivamente nella manutenzione dei boschi.  Cerchiamo anche di capire cosa possono fare le comunità locali. Perché l’incendio è anche un problema sociale.

Un tempo il bosco era sacro, un’inviolabile fonte di sussistenza per le popolazioni rurali: oggi non solo questo è venuto meno, per le mutate condizioni di vita, ma le realtà locali sono estranee rispetto all’importanza del bosco. Occorre ricostruire un legame tra le comunità locali e i boschi.

Almeno dietro al 60% degli incendi, secondo Legambiente, c’è una mano criminale. Si è parlato di ombre sul settore dell’antincendio e dei canadair privati, tutte da verificare nelle inchieste aperte.

“C’è una miriade di fattori dietro al dolo. A mio avviso in Abruzzo, un tempo non colpito dagli incendi, c’è stato un incremento da quando si sono estese le aree protette. Come ci fosse una conflittualità, un malcontento”, afferma Francesco Contu, dottore forestale, funzionario regionale del settore foreste.

Non sempre però dietro questi roghi, pur dolosi, ci sono speculazioni o mafie. “L’incendio è un problema sociale – dice Marina Paolucci, dottore forestale e presidente della cooperativa Leaf Lab -. C’è un grande malessere e spesso qualcuno appicca il fuoco per noia, per rabbia o senza apparenti ragioni. Altre piste sembrano meno convincenti anche perché il bosco bruciato è “congelato” per 10 anni: non vengono a decadere i vincoli e quindi le tutele. Non possiamo intervenire – prosegue l’esperta – neanche con i rimboschimenti, a meno che non sussistano gravi ragioni di incolumità”, come i rischi idrogeologici che spesso seguono i gravi incendi.

“Ci sono però le deroghe al blocco dei 10 anni – avverte Contu – e questo aspetto va considerato. Andrebbero bloccate le deroghe ma è difficile: come si fa se veramente poi sussiste un pericolo di frana?”.

Tante spese in emergenza, niente in prevenzione incendi: si distrugge l’ambiente, sfumano posti di lavoro

Il problema grave è che in Italia oggi manca la cultura e la pratica della prevenzione. Non solo nel caso degli incendi ma anche per le alluvioni, le frane, i terremoti. Verrebbe da pensare che la prevenzione non porta voti. Perché tutto ciò che viene speso per l’emergenza in Italia potrebbe essere speso, risparmiando, in manutenzione.

Ecco alcuni dati nazionali sulle spese per l’emergenza incendi (fonte Settore forestale ACI Alleanze delle Cooperative Italiane) che rendono l’idea di quanto si spenda nello spegnimento dei roghi. Viene facile anche calcolare a spanne quanto si sia speso tra luglio ed agosto in Abruzzo.

1)     CANADAIR: 15.000€/ora = 120.000€/giorno. Considerando il costo medio annuo di un operaio forestale a tempo determinato (intorno ai 20.000€/anno lordi), si desume che una giornata di Canadair costi quanto 6 operai per un anno impegnati nelle manutenzioni forestali. A questo poi andrebbero aggiunti i costi per il mantenimento a terra dei velivoli.

2)   ELICOTTERO ERICKSON: 10.000€/ora = 80.000€/giorno. Facendo sempre lo stesso rapporto è intuitivo capire che il costo sostenuto per questi elicotteri per un giorno di operazioni è pari al costo lordo di 4 operai forestali a tempo determinato. Anche in questo caso andrebbero aggiunti i costi sostenuti per il mantenimento a terra in efficienza degli elicotteri.

3)      ELICOTTERO AIB REGIONALE: 2.000€/ora = 16.000€/giorno; il costo di una giornata di elicottero è pari a quasi un anno di retribuzione lorda di un operaio a tempo determinato. In questo caso non si devono aggiungere altri costi in quanto, nella maggior parte dei casi, questo servizio è svolto da imprese private che si fanno carico della manutenzione dei mezzi.

Intervenendo prima con la manutenzione si potrebbe quindi evitare un disastro ambientale con la conseguente perdita di un patrimonio difficilmente riproducibile e la prevenzione potrebbe inoltre diventare un’opportunità in grado di generare ricchezza, creando lavoro locale, fa notare Marina Paolucci.

Occorre “una gestione pianificata – spiega il funzionario regionale Contu – che vuol dire verificare la vocazione del territorio e scegliere dove e come agire, cosa è meglio per le esigenze collettive. I boschi di conifere a rischio in Regione sono circa 7 mila ettari. Il costo della silvicoltura preventiva è di circa 8/10 mila euro l’ettaro”. Basta confrontare queste cifre con quelle sopra citate per l’emergenza per capire, ancora una volta, quanto si risparmierebbe. Inoltre, secondo Contu, il settore della prevenzione dovrebbe essere gestito interamente come intervento pubblico. Così avviene in Umbria, prosegue l’esperto, dove esiste un’agenzia forestale che si occupa della manutenzione dei boschi.

L’esempio drammatico dei roghi dolosi a L’Aquila e nel Parco Sirente Velino

L’Aquila è stata colpita duramente da incendi dolosi che hanno distrutto 800 ettari di bosco, una parte ad Arischia (Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga) e un’altra sul Monte Pettino. Qui negli anni Trenta “piantare il Pino nero per colonizzare terreni poveri fu tecnicamente la scelta giusta. Nel passaggio successivo – prosegue Marina Paolucci – si doveva intervenire con diradamenti per favorire lo sviluppo della rinnovazione di latifoglie con l’obiettivo di avere boschi misti, ritenuti più stabili nei confronti delle avversità. La scarsa attenzione verso i boschi nella nostra regione si è poi manifestata anche con la difficoltà di accesso a finanziamenti che per molti anni hanno finanziato questi interventi”. Tra Molina ed Acciano, nella valle dell’Aterno-Subequana, vi è stato poi un altro incendio doloso che ha distrutto 5 ettari nel Parco naturale regionale Sirente Velino, nella stessa zona di incendi dolosi degli anni passati.

Per prevenire gli incendi quali sono le azioni giuste?

Nella prevenzione “servono pianificazione e continuità – afferma Francesco Contu – attraverso piani pluriennali che abbiano priorità precise. Ma di prevenzione si parla sempre e solo dopo gli incendi”.

  • Innanzitutto bisogna eseguire le cosiddette “spalcature”: si tagliano i rami bassi per alzare le chiome e far sì che il fuoco non vi arrivi. Non far toccare in alto le chiome di alberi vicini sarebbe poi l’ideale attraverso i diradamenti. Ma le spalcature sono l’intervento indispensabile, spiega Marina Paolucci.
  • Un’altra azione preventiva sono le fasce parafuoco, spesso sono le strade esistenti che attraversano un bosco. Queste linee sono utili poi anche per i soccorsi, per intervenire rapidamente e spegnere prima un incendio.
  • Quanto alla pulizia del sottobosco, di cui spesso si parla, non sempre è necessaria. “La pineta, di solito, non ha un sottobosco così sviluppato. Il tecnico forestale dovrebbe, di volta in volta, verificare la situazione. Il problema – ribadisce l’esperta – sono i palchi bassi, piante fitte e una percentuale troppo alta di necromassa (piante morte in piedi o a terra). Ecco perché sono prioritari spalcatura e diradamenti: aprendo le chiome il sole penetra sul terreno e gli aghi di pino si decompongono presto”, spiega Paolucci.
  • Altra azione necessaria è ricreare interesse per una protezione civile specializzata nello spegnimento di incendi, con una formazione specifica. In questo ambito è fondamentale coinvolgere la popolazione locale e i giovani volontari, prosegue Marina Paolucci, che sarebbero così in grado di intervenire con una dovuta preparazione, senza improvvisazioni, ma soprattutto svolgerebbero una funzione di presidio territoriale preventivo. Bisogna ritornare ad un controllo sociale del territorio che una volta avevano contadini e pastori ma che oggi dobbiamo avere tutti.

Nell’Abruzzo aquilano il progetto pilota Foresta Modello

C’è un progetto, Foresta Modello, che è una modalità per fare interagire una realtà locale a prevalenza forestale ed agricola per trovare soluzioni condivise per la gestione del territorio e la prevenzione dei rischi. Un’idea nata in Canada oltre 20 anni fa e diffusa in tutto il mondo. In Italia esiste già la Foresta modello delle montagne fiorentine.

Il Wwf lancia la petizione contro il taglio del parco regionale Sirente Velino
Una veduta del Sirente

Nel 2018 la Regione Abruzzo ha sottoscritto un accordo con la Rete Mediterranea delle Foreste Modello per identificare una prima area pilota. Così 15 comuni della valle dell’Aterno (circa 31 mila ettari) hanno aderito alla proposta e si stanno mettendo insieme a cittadini, imprese e aziende locali, associazioni per creare un organo di gestione e di proposta ma soprattutto un punto dove far convergere anche opinioni diverse per trovare una sintesi e superare la divisione che non dialoga e che porta all’immobilismo. Un modello, quello della valle dell’Aterno, replicabile in Regione.

“In Abruzzo è un processo partito dal basso, un esperimento interessante anche perché – a differenza del modello fiorentino, dove l’area comprende 60 mila abitanti – interessa una zona spopolata, con poche migliaia di abitanti”. Foresta Modello potrebbe essere un’opportunità di rilancio. “Un punto debole che vedo – aggiunge Contu – è che la scarsa popolazione è anziana, mentre per il progetto servono energie”.

Foresta Modello non riguarda solo una gestione condivisa e pianificata del bosco ma l’economia di un territorio, il paesaggio, lo sviluppo sostenibile e il rilancio dopo anni di spopolamento e crisi economica. C’è il poi comparto agricoltura: con i problemi della commercializzazione dei prodotti, dei danni da fauna selvatica, la valorizzazione dei prodotti finiti, il turismo”, afferma Alessio Di Giulio, per 20 anni al WWF Italia, responsabile del settore educazione, e fondatore di Ilex (Italian Landscape Exploration), centro di educazione ambientale, promotore di turismo culturale e sviluppo sostenibile delle aree rurali.

Cos'è Foresta Modello: obiettivi e metodi

Vogliamo capire se e come questo metodo potrebbe essere di aiuto anche nella prevenzione dagli incendi. “Foresta Modello – spiega Marina Paolucci – innanzitutto vuole rinsaldare il legame con il bosco coinvolgendo tutta la comunità locale. Solo facendo partecipi tutte le realtà possiamo recuperare il rapporto degli abitanti con le proprie foreste e far sentire quella risorsa, un tempo sacra, come patrimonio proprio”.

I cardini di Foresta Modello sono la gestione condivisa con la comunità locale, oltrepassando i confini dei comuni (gli incendi non guardano i confini). Condivide questo impianto anche il sindaco di Molina Aterno Luigi Fasciani, territorio appena colpito da un nuovo incendio: “A Molina abbiamo molto bosco e Foresta Modello è un progetto di gestione ambientale ragionata e partecipata che può aiutare”.

Il ritorno ad una gestione sostenibile del bosco

Un tempo il bosco aveva un ruolo chiave nelle economie rurali per il riscaldamento, per cucinare, per le costruzioni, per costruire arnesi e altri oggetti. Oggi tutto questo è venuto meno ed il bosco ha preso il sopravvento su aree agricole e pascoli oggi abbandonati. Questa situazione ha favorito anche il costante aumento di incursioni di cervi e cinghiali che danneggiano i pochi agricoltori rimasti.

“Occorre pianificare insieme cosa fare e dove – spiega Alessio Di Giulio -, in una sorta di mosaico rurale, al di là dei confini comunali: ci possono essere aree da lasciare allo sviluppo naturale; aree rimboschite nel Dopoguerra, oggi a rischio incendio, dopo si può intervenire” e così via in una gestione condivisa.

Oggi “non ci possiamo permettere di non usare la risorsa bosco. Occorre tornare a concepire una gestione pianificata. Non uno sfruttamento ma un uso sostenibile che rispetti tutte le altre funzioni”, afferma Marina Paolucci. Ad esempio un uso della legna in micro-impianti a biomassa, ovvero caldaie che utilizzano il legname non di pregio come combustibile. Un concetto ben diverso dalle centrali a biomasse sulle quali, ultimamente, si è generata un po’ di confusione. Un esempio che può aiutare a comprendere cosa voglia dire micro-impianto a biomassa è l’asilo di Fontecchio (L’Aquila): una caldaia a legna che riscalda una piccola scuola.

Realtà di questo tipo esistono da sempre in paesi attenti alla sostenibilità, tra cui alcune nazioni del nord-Europa e l’Alto Adige, dove in ogni casa rurale esiste la stube e molte scuole sono alimentate da caldaie a legna.

La microeconomia che si è creata attorno alla scuola di Fontecchio fa sì che per l’azienda agricola fornitrice di legname si costituisce una fonte di integrazione al reddito. Un ciclo virtuoso che, messo a regime, può concretamente effettuare quella manutezione dei boschi, controllata e pianificata, che negli anni è venuta meno.

“Foresta Modello – afferma Paolucci – è un processo partecipativo dove idee diverse possono trovare una conciliazione. Tutto infatti può trovare una soluzione scrivendo insieme le regole. Non esiste una ricetta per tutto: ogni luogo ha una sua specificità. Ecco perché Foresta Modello, fatte salve le regole comuni, prevede una gestione cucita sulle varie comunità locali”, conclude l’esperta.

Enrica Di Battista
Abruzzo Travel and Food

Print Friendly, PDF & Email