Dall'Aquilano partivano migliaia di lavoratori, già assoldati dai caporali

Migrazioni stagionali nell'agro romano, foto dal web

Della storia economica e sociale abruzzese tutti sanno più o meno qualcosa sulla transumanza di pastori e di greggi verso la Puglia; molto meno note sono le migrazioni stagionali di migliaia e migliaia di abitanti dell’Aquilano verso l’Agro Romano. Questo accadeva fin da tempi antichissimi e per ogni genere di lavoro manuale.

     Testimonianza diretta del fenomeno ci giunge da una vera e propria inchiesta di Giuseppe Maria Galanti (1743-1806),  illuminista napoletano esperto di economia e storia. Lui stesso riferisce che nel 1795, in una sua “visita generale” in Abruzzo, interrogò i sindaci di tutti i centri abitati dell’Aquilano. Ne concluse che ad emigrare ogni anno (in genere da novembre ad aprile-maggio dell’anno successivo) erano in totale circa 13 mila abitanti dei paesi di quella zona.

     “Partono uomini, donne e fanciulli dopo i dieci anni – scrive Galanti – e si spandono nelle campagne romane. Si occupano a cavar fossi, alla costruzione delle strade, a zappar vigne, a seminare e nettare grani, a raccogliere fieno, a segare legname, a fare carboni e calce”.

     Lo studioso era stato autore, in precedenza, di una  famosa “Descrizione delle Due Sicilie” ma aveva portato a termine anche numerose indagini e inchieste per conto della Corte borbonica. La sua inchiesta abruzzese sulle migrazioni stagionali è contenuta in un libro del 1806  (“Testamento forense”) ma risale, come detto, al 1795.

Già all’epoca il lavoro dei migranti era gestito dai caporali

     Molto significativa è la circostanza che anche all’epoca, come riferisce  Galanti, “la maggior parte dei lavoratori delle campagne viene assoldata dai cosiddetti ‘caporali’, i quali prendono in appalto dalla Camera Apostolica o dai Principi romani i lavori delle strade e delle tenute agricole”. E quindi possiamo immaginare le condizioni di vita e di lavoro di quegli indifesi immigrati abruzzesi! Infatti, annota lo studioso, i caporali sono “veri incettatori di uomini…fanno gran lucri, e non è raro l’abusare della necessità de’ poveri lavoratori”.

La paga degli ‘stagionali’ del Settecento

      Galanti ci dice che la paga degli  immigrati era di 20 o 25 baiocchi al giorno, di cui “la metà si spende per alimenti”. Sicchè, scrive lo studioso, per il guadagno medio dell’intera stagione “si possono calcolare ducati 10 che si porta ognuno alla casa”. Grosso modo si trattava di una paga giornaliera di 20-25 euro, di un guadagno netto mensile di 250-275 euro e di un guadagno netto, medio, di circa 1.500-1.700 euro per l’intera stagione di sei mesi. “Con questo denaro – annota comunque lo studioso – principalmente si pagano i pesi fiscali e i debiti”.

I numeri e i paesi delle migrazioni stagionali

      Interessanti sono i numeri delle migrazioni stagionali di fine Settecento nell’agro romano: in 2 mila, ad esempio, partivano da Amatrice; altri 2 mila da Cittareale e altrettanti da Montereale; 600 partivano da Introdacqua e 500 rispettivamente da Arischia e da Pizzoli; due o trecento erano, rispettivamente, i migranti da Alfedena, Barete, Cittaducale, Campotosto, Capradosso, Collelongo, Celano, Leonessa, Prezza, Pettorano, Rocca di Mezzo unita a Rocca di Cambio.

   Un centinaio o poco più partiva da Anversa, Fagnano, Lecce nei Marsi, Ortucchio, San Demetrio, Sant’Eusanio, Tagliacozzo e Scoppito.

   Poche decine lasciavano Balsorano, Canzano, Coppito, Camarda, Fontecchio, Filetto, Goriano, Lucoli, Ortona de’ Marsi, Ocre, Pescina, Tussio, Vittorito.

      “Moltissimi di Amatrice, di Civitareale, di Montereale – annota infine Galanti – stazionano perpetuamente in Roma, dove fanno gli osti, i bettolai, i facchini, i cioccolatieri”.

Giorgio Mendicini
Abruzzo Travel and Food

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