Miniere della Majella

Alla scoperta di uno dei distretti minerari più estesi d’Italia

C’è  un tesoro nascosto, e poco conosciuto in Abruzzo, nelle viscere della Terra: le miniere della Majella, tracce di un distretto tra i più estesi d’Italia e sicuramente del Centro Sud. E’ un  esempio straordinario di  cultura industriale poiché miniere, fabbriche, luoghi di produzione di ogni tipo sono contenitori di scienza, di tecnologia, di capacità imprenditoriale. E anche di competenze intellettuali e di lavoro, dove l’umanità opera un immenso sforzo che macina e trasforma la vita e la società del suo tempo.

La locandina della XII Giornata nazionale delle miniere a ScafaPer saperne di più vi suggeriamo una gita a Scafa dove il 12 e il 13 settembre si celebrerà la XII Giornata Nazionale delle Miniere e sarà l’occasione, da non perdere, di scoprire la Majella nera. 

Circa 20 miniere di rocce bituminose e asfaltiche. Centinaia di gallerie sotterranee su più livelli. E reperti industriali come stazioni di carico, chilometri di binari, montacarichi, bunker, carrelli, centrali idroelettriche ed edifici, diffusi su un territorio che comprende dodici comuni, testimonianza di oltre cento anni di attività dei minatori e delle loro famiglie.

Sono la storia di un Abruzzo che non c’è più, di un capitale umano e culturale da non dimenticare e da conservare.

Le miniere sono storia, storie e paesaggio identitario. In quei cunicoli scavati nella roccia hanno lavorato centinaia di persone per l’estrazione del bitume. Sono uno spazio oscuro nelle viscere della terra che racconta di uomini con i volti scavati dalla fatica e delle loro donne che li attendevano fuori con i canestri sulle teste per il trasporto delle rocce. 

Le miniere della Majella sussistono su dodici comuni: Abbateggio, Bolognano, Caramanico Terme, Lettomanoppello, Manoppello, Roccamorice, San Valentino in Abruzzo Citeriore, Scafa, Serramonacesca, Tocco da Casauria, Turrivalignani e Popoli. Anche se il nucleo più consistente è nei comuni di Manoppello, Lettomanoppello, Roccamorice, Abbateggio e Scafa, in passato San Valentino. Il contenitore è la Maiella madre, che le accoglie e cela nel suo grembo.

La storia delle Miniere della Majella

Le prime tracce dello sfruttamento minerario sulla Maiella risalgono al Neolitico. Un panetto di bitume rinvenuto nel comprensorio è stato datato 4.700 a.C. Così come è stato trovato un altro panetto, che risale a duemila anni fa, che conferma come in età romana, ma anche italica, in Abruzzo fosse praticata la lavorazione del bitume.

CREDITI FOTO: GRAIM

Nei secoli successivi l’attività estrattiva è testimoniata dalla presenza pionieristica di piccoli imprenditori locali. Ma è in epoca moderna, alla fine dell’Ottocento, che viene organizzata in forma industriale e fa del bacino minerario uno dei giacimenti di rocce asfaltiche e rocce bituminose tra i più importanti d’Italia. Lo sfruttamento intensivo comincia con Silvestro Petrini. L’imprenditore abruzzese aveva condotto delle ricerche sul campo sin dal 1840. Nel 1844 impiantò uno stabilimento per la lavorazione del petrolio e degli asfalti partendo con un capitale sociale di 40.000 lire. Da questa iniziativa prese avvio una stagione di grande sviluppo industriale con la costruzione di fabbriche, ferrovie per il trasporto del materiale, teleferiche, centrali elettriche e vennero coinvolte società italiane – come la Ditta Giovanni e Donato Paparella di Tocco da Casauria – tedesche, inglesi, francesi, che di volta in volta entrarono in possesso delle licenze minerarie per lo sfruttamento delle risorse. Tra queste la tedesca REH e C. e l’inglese NAC, assorbite nel 1951 dall’italiana SAMA. Il resto è la storia recente di una “miniera di cultura” da salvare.

 Determinanti nelle ricerche gli speleologi del GRAIM

Le numerose tracce di queste miniere – vera e propria archeologia industriale presente sul territorio – oggi dismesse e nascoste tra la boscaglia e gli impervi sentieri della montagna, rischiano di essere cancellate per sempre e quindi dimenticate. Insieme alla memoria della fase storica che le ha generate, delle condizioni economiche, sociali e culturali che hanno caratterizzato una significativa fase dello sviluppo del territorio. 

Ma la sensibilità nei confronti di ciò che resta delle strutture industriali ha fatto sì che nascesse una sinergia tra istituzioni e associazioni, dalla quale si è enucleato un gruppo di ricerca estremamente prezioso: il GRAIM (Gruppo di Ricerca di Archeologia Industriale della Majella), “associazione informale di singoli esploratori e studiosi”, alcuni dei quali referenti di associazioni diverse. È importante sottolineare che il GRAIM è autorizzato a fare ricerca speleologica sulle miniere dismesse dalla Regione Abruzzo, dall’Agenzia del Demanio, dal Parco Nazionale della Majella. Il GRAIM ha in atto una partnership con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo.

“Le nostre ricerche si sono estese in tante direzioni, negli archivi comunali e catastali, nelle biblioteche, sul web – ci racconta lo speleologo Gabriele La Rovere -. Soprattutto interrogando gli anziani dei piccoli centri ed esplorando il territorio allo scopo di ricostruire la memoria storica dell’attività umana sulla Maiella. Abbiamo cercato e rinvenuto circa venti miniere, oramai tutte praticamente dismesse ed abbandonate a se stesse, tant’è che la montagna se ne sta riappropriando, facendole scomparire”. Con un lavoro appassionato il Gruppo sta restituendo alla storia, una alla volta, le miniere della Majella. Ha catalogato oltre cento ingressi tra miniere e sondaggi accessibili e non, murati, crollati o ostruiti. Ha scoperto e cominciato ad esplorare la Grotta della Lupa, la più estesa della Maiella, ed è tutt’ora in corso uno studio, a cui sta partecipando, strutturato in quindici ambiti diversi e coordinato dal Parco Nazionale della Majella.

 

“La nostra infinita passione – continua La Rovere – ha permesso di ritrovare miniere considerate perdute per la pressoché scarsa memoria storica. Come quella di Santo Spirito in località Ripa Rossa (dove c’è la Grotta della Lupa) o quella di Cusano, situata in un luogo particolarmente impervio. E la miniera di Pignatara nella zona dove erano cave dell’impero romano”. Affascinante la Galleria delle Scritte, ottanta metri quadrati di nomi e tracce lasciate da minatori, al vaglio della Soprintendenza Archeologica e del Parco Nazionale della Majella.

Un lavoro lungo, impegnativo, supportato da diverse iniziative legate alla salvaguardia e alla valorizzazione di questo straordinario bacino minerario: convegni e mostre (oltre 50 curati dal GRAIM), raduni di speleologi, visite con autorizzazioni speciali del Parco Nazionale della Majella e Comuni. Ma anche tesi di laurea e primi progetti di valorizzazione turistico-culturale. Per non dimenticare.

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CREDITI FOTO: GRAIM

Antonietta Centofanti
Abruzzo Travel and Food

 

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