NELLA 'LIBERA PUPAZZERIA' IL FOLCLORE SI SPOSA CON L'ARTE

La pupazza: il laboratorio di Silvia di Gregorio e Massimo Piunti

Quella della Pupazza è una singolare e misteriosa tradizione dell’Abruzzo, e non solo, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Ancora la vediamo sopravvivere in alcuni luoghi e situazioni, sebbene come molte altre “ritualità” anche questa vada a mano a mano scomparendo. Ma c’è chi non si arrende e negli ultimi anni ha avviato un progetto di riscoperta unendo arte e manualità, danza e colori, musica e fuochi. Parliamo di Massimo Piunti e Silvia Di Gregorio. A Roio Piano, frazione di L’Aquila epicentro del sisma del 2009, i due artisti già dal 2007 avevano dato vita al progetto Libera Pupazzeria, per salvare dall’oblio una delle tradizioni più poetiche e simboliche dei nostri territori: il ballo della pupazza.

Di questa figura trasmettono la memoria e le modalità di costruzione organizzando laboratori e balli pirotecnici nelle piazze dei paesi, ma anche nell’ambito di festival di teatro e di musica, in Abruzzo e fuori regione. Dal 2011 organizzano laboratori nelle scuole.

Di pupazze di tutte le fogge e le dimensioni se ne incontrano tante nel loro laboratorio, immerso nel verde e nel silenzio. Ciascuna evoca una storia, un progetto, un luogo. Ti vengono incontro sontuose o essenziali. Vestite di colore o solo di bianco e nero. Animate dalla passione e dall’amore con cui sono state realizzate.

Come è fatta e come si muove la pupazza?

La “pupazza” è un grande fantoccio rituale dalle fattezze femminili, protagonista di alcune feste dell’Italia centrale. Costruita su uno scheletro di canne e legno rivestito con carta, solitamente ha dimensioni gigantesche e forme esuberanti. Sulla superficie di cartapesta è ricavata un’apertura triangolare per garantire la vista verso l’esterno al manovratore che vi si colloca internamente.

Pupa, pupazza, pucchella, puccazza, mammoccia, marmotta, pantasima sono solo alcuni dei nomi che, a seconda della zona geografica, le si attribuiscono. “Come sempre – ci racconta l’antropologa Paola Elisabetta Simeoni – le origini di queste figure rituali, le loro performance e le evocazioni simboliche che da esse scaturiscono sono complesse. A volte si tratta di residui arcaici funzionali che fanno parte di processi culturali ancora molto vitali. Mentre altre volte sono invenzioni moderne”.

Il legame con orizzonti agricoli tradizionali, la fertilità, la visione ciclica del mondo contadino si intrecciano e si confondono con un desiderio intimo di aggregazione festiva, di spettacolarizzazione e di affermazione identitaria.

Dal punto di vista simbolico Pupe e Pupazze, specialmente quelle abruzzesi e laziali, rimandano alle figure delle grandi madri dell’antichità, rappresentate con sontuosi seni, adorne di monili e dalla tipica forma a vaso rovesciata. Immagine mitica rinforzata dalle braccia appoggiate sui fianchi, come fossero grandi manici.

“La pupa – ci suggerisce ancora la Simeoni – potrebbe essere quindi una presenza arcaica che testimonia un legame profondo con la terra e gli inferi e che si presenta come nutrice e patrona delle messi. Archetipo della Grande Madre Terra o anche della Madre del grano, Demetra”.

Una delle pupazze della Libera pupazzeria
Una delle pupazze della Libera pupazzeria

Un finale di festa con danza, musica popolare e fuochi d’artificio

Cariche di questi simboli, le pupe ballano in piazza al ritmo di musiche popolari. Devono sorprendere, impressionare, commuovere, incutere timore e meraviglia per perdersi, infine, nel fuoco o in una esplosione di luminosi fuochi pirotecnici. Tra gli inchini ammiccanti del puparo nascosto al loro interno, di cui nessuno conosce l’identità.

Ma noi sì. Sappiamo chi è la “pupara” che fa danzare pupe gigantesche con instancabile energia e rara grazia: Silvia Di Gregorio, animatrice e custode della Libera Pupazzeria.

Articolo di Antonietta Centofanti
Abruzzo Travel and Food

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