Ceramica di Castelli, l'arte antica di Vincenzo Di Simone
La Vecchia Bottega Maiolicara di Vincenzo e Antonio Di Simone è tutelata dai beni culturali

FARE UN VIAGGIO NEL TEMPO, INDIETRO DI SECOLI

Le mani sporche di argilla e gli occhi chiari che brillano quando parla della ceramica di Castelli: a 88 anni Vincenzo Di Simone è un grande maestro, pieno di saperi per un’antica arte che ancora esercita con entusiasmo nella sua Vecchia Bottega Maiolicara dove lavora con il figlio Antonio, abile nella pittura su ceramica.

Siamo andati a trovarli a Castelli, il borgo nel Teramano famoso nel mondo per la ceramica aulica fin dal Rinascimento e che ancora oggi vanta quasi quaranta botteghe di ceramisti.

Ceramica di Castelli, la bottega Di Simone, foto Enrica Di Battista
L'interno della Vecchia Bottega Maiolicara di Vincenzo e Antonio Di Simone, foto Enrica Di Battista

Una bottega del Seicento bene di interesse culturale

La Vecchia Bottega Maiolicara dei Di Simone è vincolata dai Beni culturali dal 1996.

Le parole scritte sul documento che ha dichiarato questo luogo “bene culturale di interesse storico artistico” descrivono perfettamente di che posto si tratti:

“La conservazione degli antichi forni, le attrezzature per la lavorazione della ceramica – come il tornio a pedale, le cosiddette “case”, ovvero antichi stampi alcuni datati 1872, le tradizionali stecche e la tecnica tramandata nel tempo – costituiscono una voluta e cosciente operazione culturale dell’artigiano proprietario, che intende riproporre la tipologia storica dell’antico Castelli, il cui stile ha costituito per secoli il vanto di una produzione d’arte”, si legge nella certificazione affissa in bottega.

Il documento che decreta la Bottega dei Di Simone bene culturale di interesse storico artistico

Il tornio e gli stampi dell’Ottocento fatti in pietra

Ceramica di Castelli, gli uccellini di Vincenzo Di Simone

Vincenzo, che sale e scende i tre piani della sua bottega con l’agilità di un ragazzo, lavora alla “vecchia maniera”. Con le sue mani magiche dà forma agli oggetti su un antico tornio a pedale dove, come vuole la tradizione, una cotica di maiale fa da lubrificante.

Gli stampi dell’Ottocento per creare opere d’arte
Nella sua bottega Vincenzo ha stampi per la ceramica dell’Ottocento: ci mostra quelli di una borraccia e di una specchiera, risalgono rispettivamente al 1872 e 1874. Ma ne ha tanti di stampi, per ogni genere di oggetto: per parti di acquasantiere, becchi di caffettiere, manici di vasi e molto altro. Ma questa è solo la prima parte di una lunga creazione.

Dall’oggetto ai colori, Vincenzo produce tutto da solo

C’è chi oggi compra già il manufatto grezzo e si limita a dipingerlo. Questo grande artista della ceramica, invece, da tutta una vita crea gli oggetti, dall’inizio alla fine del ciclo di produzione. In bottega Vincenzo usa un’infinita varietà di utensili antichi. Ci mostra “il giudice”, ad esempio, un’asta di ferro con la quale, nel fare a mano gli oggetti, prende le misure. Ci spiega poi di come ormai è abituato “ad occhio” a fare i manufatti più grandi di come devono venire “perché poi, una volta asciugata, l’argilla si ritira”.

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Il fascino antico e unico del “forno a respiro”

Un oggetto di argilla, una volta asciugato, bisogna cuocerlo a 980 gradi e dopo una lunga cottura esce il cosiddetto “biscotto”, di colore rossiccio come la terracotta.

Nella bottega c’è un antico e affascinante “forno a respiro”, un forno a legna per la cottura dei manufatti, caratteristico della ceramica castellana: veniva chiamato così perché, una volta acceso, il fuoco e l’aria creavano un rumore unico che sembrava davvero “un respiro”.

Come è fatto il “forno a respiro”
Il forno si compone di due parti: una sotterranea dove si metteva la legna – una volta era facile essere magri, per poter scendere nella buca – e una soprastante dove si mettevano a cuocere i manufatti.

Ogni volta che si doveva infornare, si chiudeva l’apertura facendo  a mano un muretto a secco fatto di pietre e calce dal quale si lasciava una piccola apertura per “spiare” la cottura, vedendo i colori della terracotta. Poi dovevano passare almeno 22 -24 ore prima di sfornare.

Un lavoro molto faticoso e lungo, dunque, e si era solo a metà dell’opera. Capirete perché oggi questo forno è stato messo da parte dalla maggior parte dei maiolicari. Anche nella bottega dei De Simone ci sono i forni elettrici: grazie al termostato, ad esempio, puoi sapere la temperatura e regolarti con i tempi di cottura. Ma Vincenzo il “forno a respiro” lo conosce come le sue tasche per averlo usato per una vita. Ancora oggi lo accende, in certe occasioni particolari o quando vengono a intervistarlo le televisioni da tutto il mondo. Una volta invece, ci racconta Vincenzo, il “forno a respiro” era l’unica soluzione.

La difficile creazione dello smalto e dei colori

Il presepe in terracotta di Vincenzo Di Simone, foto Enrica Di Battista

Vincenzo Di Simone ancora oggi produce da solo perfino gli smalti e i colori, non li compra belli e fatti come si potrebbe immaginare e come fanno in molti.

A Castelli una volta c’erano 32 botteghe e 32 mulini per macinare lo smalto, che è una composizione di ossidi metallici. Il mulino era fondamentale, senza di quello non potevi fare il ceramista”, ci racconta Vincenzo, che nella sua antica bottega ha tuttora un mulino ad acqua per la frantumazione dello smalto.

Perché una caratteristica che differenzia la ceramica di Castelli da altre è che la terracotta non viene subito dipinta ma prima smaltata, cosa che la fa diventare maiolica d’arte.

Nella sua antica bottega Vincenzo provvede da solo anche alla calcinazione del piombo e dello stagno in un forno apposito detto “furnacelle”. Poi produce da solo anche i colori.

Una volta dipinto – e a questa fase si dedica con maestria il figlio Antonio – un oggetto va ripassato di nuovo in forno per la seconda cottura a 920 gradi che permette di fissare i colori, creare una vera e propria maiolica, dare lucentezza.

I cinque colori di base di Castelli

Verde rame o ramina, giallo, arancio Castelli, blu, manganese sono i cinque colori tipici di base della ceramica castellana. Vincenzo li crea tutti da solo. Non è scontato che sia così. Questo maestro è rimasto uno dei pochi, se non l’ultimo, a lavorare in modo interamente tradizionale.

Per altri è molto semplice comprare il prodotto grezzo, magari a Deruta (il paese umbro noto per le ceramiche), e i colori già fatti. “Ormai ci si limita quasi sempre solo a dipingere. Ma che arte maiolicara è?”, chiede il maestro ceramista.

Il colore verde, ad esempio, lo produce prendendo i fili di rame e ossidandoli al fuoco nella “furnacelle”. Per il giallo ci vuole l’antimonio. Per l’arancio Castelli, il colore che ha contraddistinto questa ceramica fin dal Cinquecento e che ancora viene chiamato così anche fuori l’Abruzzo, ci vogliono l’antimonio e il solfato di ferro che si usa in agricoltura. Per il blu ci vuole l’ossido di cobalto. Cuocendo la pietra di manganese si ottiene il colore manganese. Per fare altre tonalità o altri colori, si mischiano questi colori di base con altri, più chiari o più scuri a seconda delle tonalità da ottenere.

Non solo ceramica aulica e tradizionale, Vincenzo Di Simone e il figlio producono anche oggetti di uso comune e perfino giochi, come gli uccellini per fischiare, che tanto piacciono ai bambini, e pipe per fumare.

Ma non è tutto: Vincenzo produce un meraviglioso presepe in terracotta pieno di personaggi lavorati con amore nei minimi dettagli.

Rituali e devozione a San’Antonio Abate

Nella sua bottega, come si usava un tempo, c’è almeno una nicchia con una statua di Sant’Antonio Abate, protettore del fuoco. Si accende un cero per devozione, perché con il fuoco non si scherza, e anche perché, dopo tanto lavoro, si prega perché gli oggetti escano dal forno cotti bene.

L’ultimo gesto, prima di sfornare, è battere sulla porta del forno un ramoscello di palma benedetta.

Sant'Antonio Abate protettore del fuoco nella bottega Di Simone a Castelli

S’è fatta sera e andiamo via da questa bottega arricchiti di sapere, con dentro emozioni ma anche un dispiacere: che nessuno, almeno così pare, voglia continuare a tramandare in questo modo quest’arte antica, che ha reso famosa Castelli e l’Italia fino alle corti degli zar.

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Come arrivare a Castelli

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