Pianta endemica che in tutto il mondo vive solo entro il fronte dell'incendio di Arischia

In questi giorni drammatici per gli incendi che divorano i boschi di L’Aquila, di Arischia e di una parte del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, c’è una storia che illustra molto bene la situazione. La descrive per noi in maniera molto efficace la botanica Daniela Tinti, che il territorio lo conosce a menadito.

C’era una volta una piccola Ginestra, una Genista per l’esattezza, un piccolo arbusto a portamento quasi strisciante, non un grande cespuglio come quello della più nota Ginestra odorosa (Spartium junceum) o della sua parente Ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius).

Genista pulchella subsp. aquilanaLa piccola Genista non aveva un nome. Ma comunque esisteva…esisteva eccome. Esisteva solo in una piccola zona sui Monti di Arischia, dove le vicissitudini geoclimatiche l’avevano portata chissà quando e chissà da dove, e dove si era trovata così bene da differenziarsi in una nuove entità botanica, così perfettamente adattata al luogo da sopravvivere, lì e soltanto lì, ai successivi cambiamenti climatici. La piccola Genista si insediò nelle praterie aride, un po’ scoscese e sassose, dove la boscaglia faticava a trasformarsi in vero e proprio bosco.

Poi la piccola Genista conobbe l’uomo. E all’inizio non fu proprio il massimo… L’uomo non si accorse neanche di lei quando, passando e ripassando, con i suoi piedi, poi con i suoi animali, poi con i suoi carri, formò una traccia, che divenne sentiero, poi mulattiera…una colata di asfalto, i muretti di contenimento, i canali di drenaggio e tutto quanto necessario a rendere sicura la via dell’uomo. Molte piccole Geniste vennero sacrificate, ma non sembrava un problema.

Nel frattempo l’uomo aveva anche bisogno di legna da ardere per scaldarsi l’inverno o per costruire case e cose, e quindi tagliava il bosco che cresceva sui pendii più dolci e nei valloni più freschi dei Monti di Arischia. Ne aveva così tanto bisogno che alla fine finirono gli alberi.

Quando furono piantati gli alberi venne scelto il Pino e non gli autoctoni

Poi qualcuno infatti pensò di ripiantare gli alberi, ma non quelli che c’erano prima (orniello, carpino, quercia…), altri… perché gli alberi che c’erano prima, o meglio, le loro plantule, avrebbero avuto bisogno di suolo e ombra, e ora non c’era più né l’uno né l’altro. Si decise quindi per il Pino nero, che invece avrebbe sicuramente attecchito, e crescendo avrebbe preparato il suolo per il ritorno delle caducifoglie. Il Pino nero sarebbe stato quindi diradato gradualmente per fare spazio alle piante di orniello, carpino, quercia che nel frattempo sarebbero rinate spontaneamente.

E quindi l’uomo piantò il Pino nero, un po’ ovunque, anche là dove la piccola Genista senza nome stava benissimo. Moltissime piantine di Genista (che non aveva un nome, ma esisteva…esisteva eccome) furono sacrificate. Paradossalmente si salvarono quelle che crescevano sul bordo della strada, sulle scarpate dove non era stato possibile piantare pini.

La pineta si sviluppò molto bene sui Monti di Arischia, e l’uomo ne era molto fiero. Così fiero che dimenticò di fare i diradamenti a favore delle piante di orniello, carpino, quercia. Però pensò di rendere più sicura la via mettendo reti di acciaio sui pendii più scoscesi, da dove a volte rotolavano sassi in mezzo alla strada. E altre piante di Genista (che non aveva un nome, ma esisteva…esisteva eccome) vennero probabilmente sacrificate.

Il lavoro  del Parco Gran Sasso, Università di Camerino, Carabinieri Forestali…

Un giorno arrivarono gli uomini e le donne del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e dell’Università di Camerino, che videro la Genista e dissero che non aveva un nome. Esisteva, esisteva eccome! Ma nessun uomo le aveva mai dato un nome preciso. Videro anche tutto ciò che aveva subìto nell’ultimo secolo e capirono che bisognava fare qualcosa in fretta o la piccola Genista sarebbe scomparsa per sempre dalla terra dell’uomo. Daniela Tinti mostra la Ginestra aquilana

Fabio Conti e Aurelio Manzi studiarono e descrissero la pianta rispettando le regole della nomenclatura botanica. Decisero di dedicarla a L’Aquila, unico posto al mondo in cui la piccola Genista viveva. La chiamarono così: Genista pulchella subsp. aquilana, che tradotto letteralmente significa “Bella ginestra aquilana”. In effetti è proprio bella… con il suo portamento strisciante e compatto, i rametti e le foglie argentine per la fitta peluria sericea e i piccoli e numerosi fiori papilionacei (ossia a forma di farfalla) gialli, che si trasformano in piccoli legumi contenenti da 1 a 3 semini neri rotondi. Diversa in alcune caratteristiche dalle affini Genista pulchella subsp. villasiana della Provenza e dalla Genista pulchella subsp. pulchella dei Balcani.

Accanto a Fabio Conti (Università di Camerino) e Aurelio Manzi (Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga) si formò una task force di uomini e donne che insieme, sostenuti dalle proprie amministrazioni, iniziarono a fare tutto il possibile per salvare la piccola Ginestra aquilana (ora un nome ce l’aveva), da eventuali ulteriori minacce. Fabrizio Bartolucci (Università di Camerino), Daniela Tinti, Carlo Catonica, Daniele Di Santo, Pina Leone (Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga), Bruno Petriccione, Monia Marrone, Pietro Arrotini, Marta De Paulis (Carabinieri Forestali per la Biodiversità di L’Aquila) forse si dimentica qualcuno, ma non è importante ora.

Tutti insieme per: censirla con esattezza, monitorarla, raccogliere i suoi semi, studiarne l’ecologia e la propagazione, valorizzarla e farla conoscere, evitare ulteriori aggressioni involontarie da parte dell’uomo, cercare finanziamenti per poter procedere ad interventi concreti.

Nel Data Base geografico della Flora del Parco gestito dal Centro Ricerche Floristiche dell’Appennino, è presente così la mappatura completa della popolazione di Ginestra aquilana.

Al Vivaio Forestale di Barisciano dei Carabinieri Forestali per la Biodiversità, sono presenti alcune piantine coltivate ex situ, e una piccola scorta di semi.

Anche al Centro Nazionale per la Biodiversità Forestale di Pieve Santo Stefano (sempre dei Carabinieri Forestali) custodiscono gelosamente piantine e semi.

Cicloescursioni alla ricerca della Ginestra aquilanaIl Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, con la sua Rassegna Parco in Fiore, si è adoperato per far conoscere a tutti la piccola Ginestra, organizzando cicloescursioni botaniche in collaborazione con l’Associazione Bike 99 e con il CAI. Della Ginestra aquilana si parla sempre ed ovunque. Praticamente impossibile parlare del Parco senza nominarla:

“Si tratta di una pianta che in tutto il mondo vive solo in un ristrettissimo areale sul Monte Omo di Arischia (quello divorato dagli incendi, ndr), con appena 500 individui già sottoposti a gravi pressioni. La scomparsa da questo luogo e causerebbe l’estinzione globale da tutto il mondo”.

Un grande lavoro ma il finanziamento non è arrivato

Da anni i dipendenti dell’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga lavorano per ottenere un finanziamento congruo al contenimento di specie invasive che si propagano a discapito di specie rare: il Pino nero sulla Ginestra aquilana è uno di questi casi. Ma il finanziamento non arriva.

Intanto nel 2015 arriva una proposta per diradare alberi e arbusti a bordo strada e ridurre così il rischio di incendio causato da automobilisti fumatori. L’Ente Parco interviene per segnalare alla ditta incaricata la rara Ginestra aquilana ed evitare che altre piantine debbano essere sacrificate. Sembrava scampato il pericolo.

Invece…

Arrivano gli incendi ad Arischia (Parco nazionale del Gran Sasso Monti della Laga)

Il giorno 30 luglio 2020, un caldissimo giovedì nel mezzo del periodo più siccitoso dell’estate, qualcuno attua un piano probabilmente covato da tempo e, per chissà quale motivo, appicca il fuoco alla pineta. Sì, quella piantata dall’uomo un po’ dappertutto anche sopra la piccola Genista all’epoca senza nome…quella che avrebbe dovuto essere diradata per facilitare la ripresa di querce, ornielli e carpini…sì…quella che poi era così bella che, in effetti, perché diradarla? Ma poi soldi non ce n’erano e, in fondo, “stapposto” così.

C’è un problema. Grave. Il Pino brucia come un fiammifero, il sottobosco con aghi e pigne brucia come benzina. Niente a che vedere con carpini, querce e ornielli, che invece, da verdi, bruciano più difficilmente e più lentamente.

Il fronte degli incendi, innescato in più punti, sembra fatalmente coincidere con la stretta fascia in cui la piccola Genista (che allora non aveva un nome, ma esisteva!) si era miracolosamente salvata dal rimboschimento a tappeto.

Ma niente…inutile ora piangere lacrime che certo non spegneranno gli incendi. La Dottoressa Sonia Placidi coordinatrice dei Carabinieri Forestali per il Parco del Gran Sasso e Monti della Laga ci comunica la gravità della situazione. L’unica cosa che si può fare ora è indicare alle donne e agli uomini, impegnati sul fronte incendi a L’Aquila, la pianta e il suo areale e pregarli, ovviamente nel rispetto di procedure di sicurezza e priorità per persone e case, di avere un occhio di riguardo.

La spedizione per salvare la Ginestra aquilana dagli incendi

Ma si può fare un’altra cosa: andare sul fronte degli incendi e sottrarre alle fiamme tutti i semi rimasti sulle piante.

Si va quindi. Sappiamo dove trovarle, conosciamo le piante quasi una ad una.

Daniela Tinti zon un carabiniere forestale alla ricerca della Ginestra aquilanaVenerdì 31 luglio 2020 la situazione degli incendi è drammatica, il fronte è molto ampio e sta scendendo, molto vicino alla strada. Sicuramente le piante più in alto sono già bruciate. Quelle sulla scarpata hanno disseminato la maggior parte dei semi, ma ce n’è ancora qualcuno attaccato alle valve. Se ne trovano pochi, 5 o 6 per pianta…li prendiamo tutti. E’ sufficiente un piccolo barattolo di vetro e tanta pazienza.

Nella testa frulla il pensiero a quelle piantine nei Vivai di Barisciano e Pieve, ai semi già raccolti, meno male… Frulla anche però il pensiero al progetto bocciato lo scorso anno: avremmo già diradato il Pino…l’avremmo salvata? Sicuramente avremmo più semi e più piante al sicuro.

Sabato 1 agosto il fuoco è sulla strada. Gli operatori a L’Aquila sono ora impegnati anche su un secondo incendio, sempre doloso, sempre in pineta artificiale, che minaccia alcune case a Pettino-Cansatessa e che dunque merita la priorità assoluta.

Rabbia, tanta rabbia per gli errori del passato, per gli ostacoli della burocrazia, per questo atto criminale che non ha nessun senso.

La speranza è in quello che abbiamo messo in salvo dagli incendi….ma è anche quella che la piccola e tenace Ginestra aquilana, da brava specie pioniera, si avvantaggi del passaggio del fuoco per recuperare gli spazi che le erano stati sottratti. E’ una possibilità non del tutto remota…anche se non abbiamo, ovviamente, una casistica riferita a questa specie. Certo è che avremmo preferito un metodo meno brutale per conoscere il comportamento della Ginestra aquilana rispetto al fuoco.

Certo è che noi non ci arrenderemo. La posta in gioco è troppo alta.

Si dice che le cose più preziose si apprezzano solo quando si rischia di perderle. Chi vivrà vedrà.

Nel 1968 Baba Dioum, Ingegnere forestale Senegalese, al termine di un importante congresso internazionale disse queste parole:

“Alla fine conserveremo solo ciò che amiamo, ameremo solo ciò che conosciamo, conosceremo solo ciò che ci è stato insegnato”.

Daniela Tinti
per Abruzzo Travel and Food

Il canale YouTube di Daniela Tinti

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