LA POLITICA ANNIENTATRICE DI CARLO V E IL DECLINO DELLA CITTA'

Forte Spagnolo - L'Aquila

Alla vista dei massicci bastioni del forte spagnolo dell’Aquila ogni visitatore penserebbe che la fortezza cinquecentesca fosse stata eretta a difesa della città. Ma non è proprio così. Uno dei suoi principali compiti era quello di tenere sottomessi gli aquilani, gran parte dei quali (assieme agli abitanti di numerosi centri del contado) si era ribellata alla guarnigione spagnola  durante la guerra con i francesi. Era l’inverno del 1528-1529 e fra i più accaniti antispagnoli si dimostrarono gli abitanti dei centri limitrofi, da Amatrice a Preturo e a Sassa; da Tornimparte ad Arischia; da Paganica a Barete e a Pizzoli.

L’Aquila per secoli ricca cerniera tra Toscana, Stato pontificio e Regno di Napoli

La guerra ispano-francese segnò l’inizio dell’ultrasecolare declino della città, che fino ad allora era stata “ricca e fiorente” nel suo ruolo privilegiato di cerniera tra la Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli.

E questo sia in campo produttivo (lana, zafferano, lavorazione di stoffe e di panni) sia in campo mercantile e politico. Asse viario a sostegno di quel ruolo centrale era la frequentata “Via degli Abruzzi” che univa Firenze con Napoli, passando per Perugia, Rieti, L’Aquila, Sulmona, Capua. Percorso non infestato da banditi e da grassatori (né dalle nobili famiglie che li sostenevano) come erano invece gli itinerari che attraversavano lo Stato della Chiesa.

La Via degli Abruzzi

L’Aquila dunque aveva retto bene, per secoli, il confronto con le città toscane e con altri sviluppati centri europei. Essa patì la prima ferita mortale dopo la sua ribellione a Carlo V, nel febbraio 1529.  Allorquando il vicerè  Filiberto D’Orange la riconquistò entrando trionfalmente da Porta Bazzano, alla testa di truppe spagnole e seguito da alcuni fuorusciti aquilani. Ai cittadini fu risparmiato il saccheggio, soprattutto per intercessione dei nobili aquilani che erano fuggiti a Napoli in occasione della rivolta. Ma furono costretti a pagare un “riscatto” di 120.000 ducati. Una somma enorme, che gli aquilani non riuscirono mettere insieme. Sacrificarono gli arredi preziosi di tutte le loro chiese e perfino la cassa d’argento contenente le ossa di San Bernardino, dono del re francese Luigi XI, come riferisce A. De Ritiis nella sua “Chronica Civitatis Aquilae”.

Mercanti

L’Aquila doveva essere “annichilita”

Ma la punizione non finì qui. L’Aquila perse la giurisdizione feudale dei suoi 67 castelli (risalente a tempi antichissimi) che vennero assegnati a ufficiali spagnoli. Ebbe annullati tutti i crediti e le rendite che vantava nei confronti di terzi. Perse le sue tre “difese” nelle montagne di Corno, di Rocca di Corno e di Raniero. Alcuni storici attribuiscono al giovanissimo D’Orange (aveva allora 27 anni) la durezza di tali provvedimenti, definendolo “autoritario, diffidente, impulsivo”. Ma è altrettanto vero che il suo imperatore, Carlo V, non ritenne di intervenire, e anzi ci mise in seguito altri pesantissimi “carichi da undici”.

Dopo questo primo tremendo colpo, infatti, ne seguirono molti altri dopo la morte del D’Orange nel 1530, tanto che si potrebbe definirlo un vero e proprio calvario. In ogni caso fu lui stesso a decidere la costruzione di una limitata struttura militare laddove poi sorgerà il forte spagnolo. Era chiamata “La Castellina” e anch’essa serviva essenzialmente a impedire “colpi di testa” da parte degli aquilani. Ma per comprendere l’estrema circospezione e diffidenza degli spagnoli verso gli aquilani bisogna innanzitutto tener presente che la ribellione antispagnola del 1529 non fu né incidentale né episodica.

Storicamente, gran parte della città era legata agli Angioini (e quindi ai francesi) e considerava gli Aragonesi e quindi gli Spagnoli dei veri e propri “usurpatori” del trono di Napoli. Poi c’erano gli interessi di vario genere (produttivi, mercantili, politici, religiosi) che univano molta parte degli aquilani con i Medici di Firenze e con il Papa. E non va dimenticato che pochi anni prima della “ribellione” dell’Aquila, nel 1527, c’era stato il  sacco di Roma da parte degli eserciti imperiali. Dove dei fanatici luterani, uniti agli spagnoli, avevano umiliato e violentato in tutti i modi la Chiesa, la città di Roma e i suoi sventurati abitanti.

La costruzione del forte spagnolo e il declino della città

Perciò non sembra esagerato affermare che il vicerè spagnolo Pedro Alvarez de Toledo y Zuniga volle prendere tre piccioni con una fava (difesa della città, controllo della redditizia “Via degli Abruzzi” ma anche sottomissione dei cittadini aquilani). E nel 1532 decise la costruzione di una grande fortezza all’Aquila, appunto il forte spagnolo, secondo i dettami del suo imperatore Carlo V. Questi aveva seguito un’identica politica annientatrice – senza se e senza ma, senza ripensamenti e senza pietà – distruggendo letteralmente, e a volte fisicamente, le grandi famiglie feudali del Regno di Napoli legate alla Francia. Come testimonia Benedetto Croce riferendosi, ad esempio,  al primario e filofrancese lignaggio dei Sanseverino (principi di Salerno e principi di Bisignano) che erano di origine normanna e rappresentavano, scrive lo storico, “uno Stato nello Stato”.

Una città dell’Aquila nel pieno della sua floridezza e delle sue relazioni privilegiate con la Toscana, con Venezia e con la Corte papale avrebbe rappresentato una dolorosissima spina nel fianco del vicereame spagnolo di Napoli. Perciò L’Aquila andava annichilita, e con il pretesto della “ribellione” di pochi anni prima le fu imposto uno specifico balzello annuale di 100.000 ducati. Denaro che dal 1534 al 1567 servì alla costruzione della fortezza e al mantenimento della sua guarnigione. E questo fu forse il colpo definitivo da cui la città non si risolleverà più.

Carlo V, prototipo dei Trump di ogni epoca

Carlo V sembrerebbe dunque un prototipo dei Trump di ogni epoca, ma ancor più spietato e vendicativo. Alcuni particolari di non poco conto dimostrano infatti la sua volontà di annientamento, anche psicologico e morale. Per realizzare i grandi cannoni della fortezza, infatti, fu ordinato di fondere tutte le campane delle chiese aquilane. E non fu esclusa neppure la grande “Campana della Giustizia” della Torre Civica, fondamentale simbolo dell’identità cittadina, come viene riferito nel volume “Sulle ali dell’Aquila – Storia della città”.

Quel particolare dei cannoni sul forte spagnolo…

Infine una curiosità. La maggior parte dei cannoni del forte spagnolo non era rivolta quasi mai verso l’esterno, contro eventuali attacchi. Quasi sempre erano puntati verso l’abitato dell’Aquila, come perenne monito ai suoi abitanti.

Articolo di Giorgio Mendicini
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