Un gruppo scultoreo immortala per sempre la famiglia, in uno scenario da film

Il dramma del pastore Pupo Nunzio in una statua sul Gran Sasso
La statua raffigurante Pupo Nunzio, i figli e la moglie. Fonte Wikipedia

C’è un gruppo di statue in pietra bianca sull’altopiano di Campo Imperatore, vicino a Fonte Vetica: è il ricordo di un evento drammatico, la storia del pastore Pupo Nunzio di Roio, dei due figlioletti e della moglie. Una tragedia si consumò in quei luoghi proprio un secolo e un anno fa, nei giorni tra il 13 e il 17 ottobre 1919.

Chi non è del luogo, un turista di passaggio o uno dei tanti motociclisti che frequentano il luogo, si sarà chiesto cosa rappresentino quelle statue bianche, nel mezzo della prateria mozzafiato del Piccolo Tibet d’Abruzzo. Un uomo con un bimbo sulle spalle e uno poco più grande davanti ad una donna che allunga le braccia davanti a loro. Sono appunto Pupo Nunzio con i figli che avanzano a fatica nella tormenta di neve e la moglie, di fronte, in preda alla disperazione. La statua fu realizzata dallo scultore Vicentino Michetti, nativo di Calascio e pescarese di adozione.

Ma cosa accadde di così drammatico in quei giorni di metà ottobre 1919?

Insolitamente, nel 1919, i mesi di settembre e ottobre avevano avuto un clima mite, anche in quelle zone fredde sulle pendici del Gran Sasso. A fine settembre, tradizionalmente, i pastori abruzzesi partivano per la transumanza, lungo i tratturi che portavano al Tavoliere delle Puglie. I racconti tramandano invece che quell’anno il pastore Pupo Nunzio avesse approfittato della bella stagione per restare ancora in Abruzzo. Una mattina, portando il gregge al pascolo con i figlioletti, il pastore fu colto da un’improvvisa e violenta tormenta di neve che in poche ore li bloccò. Il padre – con il figlio piccolo sulle spalle e il più grande al fianco – tentò disperatamente di ridiscendere ma non ci riuscì, tanto furono imponenti la neve e il vento. Non vedendoli tornare, la moglie del pastore, disperata, si incamminò verso i pascoli e fu colta dallo stesso destino. Il gregge, si narra fosse composto da 5 mila capi, si disperse. Morirono tutti assiderati e la neve in poche ore ricoprì i loro corpi. Furono ritrovati, quindi ebbero sepoltura, solo la primavera successiva, quando la neve si sciolse.

Una storia drammatica che racconta anche la fatica e i rischi della vita dei pastori e dei contadini di cento anni fa, in zone interne ed impervie. Una tragedia ricordata solennemente l’anno scorso, per il centenario, con una cerimonia organizzata dal Club alpino italiano, sezione di Ortona.

Enrica Di Battista

Print Friendly, PDF & Email