IL RAPPORTO D'AMORE CON IL BORGO DELLA VALLE ROVETO

Civita d'Antino, un pranzo in casa Cerroni. Una tela di P.S. Kroyer. L’opera è di proprietà del Museo Hirschsprung di Copenahen

Se in vari musei dei paesi nordici ci sono numerosi quadri che ritraggono  un piccolo borgo dell’aquilano e i suoi paesaggi è perché ci fu amore a prima vista  fra un artista danese, Kristian Zahrtmann, che cercava l’indipendenza e la libertà  dalla formazione accademica, e un paesino dell’Abruzzo interno: Civita d’Antino.

   La storia che ne segue, di grande fascinazione, è quella del gruppo di pittori scandinavi che, a fine ‘800, trovò in questo borgo un luogo di straordinaria ispirazione.

Civita d'Antino. Porta Flora e Casa dei Pittori

Civita d’Antino, cenacolo di artisti tra ‘800 e ‘900

Il borgo, un balcone panoramico tra i monti, non visibile dal fondo valle, si trova a 900 metri di quota nella Valle  Roveto, al confine tra Lazio e Abruzzo. La bella valle percorsa dal fiume Liri.

Lì Zahrtmann, che si trovava a Roma come molti artisti europei, approda nei primi giorni di giugno del 1883 seguendo i  suggerimenti di un suo modello, Ambrogio, nativo di Civita. Lì alloggia presso la locanda di Porta Flora, di proprietà della famiglia Cerroni. Zahrtmann si innamora presto del paesino e dei suoi abitanti, seguito da altri pittori scandinavi, danesi come norvegesi e svedesi, che soggiorneranno a Civita in vari periodi eleggendola  a sede della loro accademia pittorica. Furono in centinaia gli artisti  che approdarono in quell’angolo remoto d’Abruzzo dando vita per oltre 30 anni  ad un cenacolo di estrema vitalità.

Il borgo divenne uno studio di pittura en plein air

Una tela di Kristian Zahrtmann
Le tre donne a Porta Flora di Kristian Zahrtmann

Questo straordinario legame è descritto con tratti incisivi da Antonio Bini, storico e studioso, nello scritto che fu compreso nel catalogo della mostra  “Impressionisti scandinavi in Abruzzo”, allestita presso il museo Hendrik Christian Andersen di Roma (aprile-maggio 2014).

 

“Il paese – afferma Bini – si trasformò in una sorta di laboratorio dove si dipingeva “en plein air” dalla mattina al tramonto. La comunità locale viveva intorno agli artisti la sua quotidianità, con l’andirivieni delle donne che attingevano l’acqua con le conche alla fontana fuori di Porta Flora, i bambini giocare, contadini intenti al lavoro nei campi, pastori al pascolo, parroci in preghiera, ma anche ricorrenze religiose e riti tradizionali. Giovani donne si trasformarono in modelle, mantenendo i propri consueti costumi, semplici e ricchi di colori, posando secondo le indicazioni del Maestro. E bastava alzare appena gli occhi per allargare l’orizzonte luminoso alla corona di monti della valle Roveto, finito spesso su tante tele”.

Opera di Johannes Wilhielm (1905). il maestro danese Kristian Zahrtmann intento a dipingere in piazza attorniato dalla comunità locale
Opera di Johannes Wilhielm (1905). il maestro danese Kristian Zahrtmann intento a dipingere in piazza attorniato dalla comunità locale

L’impatto del paese e delle sue montagne su Zahrtmann fu immediato, come traspare con evidenza da alcune sue prime lettere, di cui Antonio Bini  riporta qualche stralcio. “Sto comodissimo nel mio appartamento privato … e poi ho tutti i modelli che posso desiderare” (21 giugno 1883). “Sono innamorato della montagna e del carattere che dona alla gente che la abita” (22 giugno 1883). “Mio Dio come sto bene qui !” (1°agosto 1883), “Qui è davvero incantevole. Adesso i faggi si tingono di giallo e rosso tutt’intorno sui monti. Il colore di essi, argenteo e striato di lavanda, contrasta i colori vellutati dei faggi. E poi dovresti vedere l’uva nella vallata, foglie gialle chiare – con la tonalità dello zolfo, e l’uva che pende viola, piena. Siamo in mezzo alla vendemmia” (11 dicembre 1883).

Tutto finì a metà Novecento

La storia d’amore tra i pittori scandinavi e il paesino abruzzese si interruppe a causa di due drammatici eventi: il terremoto della Marsica del 1915 e nel 1917 la morte di Zahrtmann, che nel suo testamento, redatto nel 1910,  non dimenticò i poveri di Civita D’Antino.

La memoria di questo periodo è però per sempre conservata nei numerosissimi dipinti con cui i pittori scandinavi di quegli anni immortalarono la bellezza di quell’angolo d’Abruzzo e dei suoi abitanti. Ed  è rintracciabile anche nei luoghi che ospitarono gli artisti:  le targhe, la  piazza che porta il nome di Zahrtmann, circondata dai platani che volle donare alla comunità. E poi la casa dei Pittori Danesi, come era chiamata la locanda della famiglia Cerroni che ospitò Zahrtmann. O ancora gli stemmi che i vari pittori lasciarono nella pensione “firmando” il loro soggiorno a Civita D’Antino. E infine la tomba, nel cimitero napoleonico,  di uno di loro, Anders Trulson, morto lì di tubercolosi nel 1911. Quattro anni prima che l’incredibile esperienza danese in Abruzzo si interrompesse con il devastante terremoto del 1915.

Civita d'Antino, cimitero napoleonico. Foto Antonio Bini
Civita d'Antino, cimitero napoleonico. Foto Antonio Bini
Gli stemmi

Antonietta Centofanti
Abruzzo Travel and Food

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Come arrivare a Civita d'Antino

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