Ormai un grave pericolo anche per gli incidenti stradali

Allarme cinghiali, in Italia sono due milioni
Allarme cinghiali in Italia, secondo le stime sono circa due milioni (foto dal web)

Sono stimati in oltre 2 milioni i cinghiali che circolano per campagne e perfino in città, danneggiando i raccolti e mettendo a rischio la sicurezza sulle strade e intorno alle abitazioni. La Coldiretti e la Confederazione italiana agricoltura (Cia) hanno lanciato l’allarme dopo il gravissimo incidente sull’autostrada A26 costato la vita a due giovani atleti. L’auto sulla quale viaggiavano si è scontrata violentemente con un paio di cinghiali. Un evento che fa veramente impressione perché potrebbe capitare ancora. Come siamo arrivati a questo punto?

In Italia, ricorda la Coldiretti, sono 10 mila gli incidenti stradali all’anno causati da animali selvatici che sempre più spesso si spingono nei centri abitati o molto vicino oppure, come in quest’ultimo caso, addirittura in autostrada. Un tema molto sentito che preoccupa enormemente.

Un esercito di cinghiali: come siamo arrivati a questo punto?

Ormai l’invasione di cinghiali riguarda anche le città: sempre più spesso anche a Roma gli ungulati passeggiano indisturbati nelle strade trafficate, andando a rovistare e a mangiare tra la spazzatura che fuoriesce dai cassonetti. Sono infatti animali voracemente onnivori e molto adattabili a vari habitat e situazioni. Un tempo invece, nel secolo scorso, il cinghiale in Italia era autoctono e presente in pochissime zone. Ancora una volta dietro ad un problema di tipo ambientale c’è lo zampino dell’uomo. Anche nel caso dell’attuale invasione di cinghiali. Innanzitutto i cacciatori, per rendere più succulenta e divertente la caccia hanno cominciato a ripopolare le zone con cinghiali provenienti in particolare dall’Europa dell’Est. Sono quindi state immesse nei boschi e nella campagne italiane specie non autoctone e selvatiche – che sarebbero in grado di riprodursi una volta l’anno – ma cinghiali di grossa taglia incrociati con maiali e scrofe, in grado di riprodursi più volte l’anno. Sono poi inspiegabilmente stati accettati nel tempo gli allevamenti di cinghiale a scopo venatorio, per immettere cinghiali da cacciare.

Ci sono tuttavia altre ragioni che hanno consentito il proliferare incontrollato degli ungulati. Cacciatori a parte, il predatore del cinghiale in Italia è solo il lupo che però non è presente in tal numero da incidere sulla popolazione degli ungulati.

Il surriscaldamento climatico ha poi, paradossalmente, reso le condizioni ambientali più adatte al proliferare dei cinghiali che da onnivori hanno comunque potuto procacciarsi qualsiasi tipo di cibo.

Inoltre, questione di fondamentale importanza, il drastico abbandono dei campi coltivati e dei pascoli ha lasciato spazio all’avanzare dei boschi e questo è stato un indubbio vantaggio per il ripopolamento dei cinghiali. Un ulteriore motivo per intervenire anche nella gestione sapiente delle foreste e dei boschi, lasciando da parte pericolosi tabù. Ecco un articolo sull’argomento “Foresta Modello”.

La Cia-Agricoltori Italiani rilancia la sua proposta di modifica alla legge 157/92 che regola la materia. “E’ urgente intervenire su una questione ormai fuori controllo”, fa sapere. Si tratta di una riforma, già presentata a Camera e Senato, nata dopo il flop delle misure tampone adottate negli ultimi anni. Per questo – affermano – è necessario riscrivere e aggiornare la legislazione sulla fauna selvatica, obsoleta e carente sia sul piano economico che su quello ambientale.

Per invertire la rotta, la proposta normativa lanciata da Cia, prevede di sostituire il concetto di “protezione” con quello di “corretta gestione”. Inoltre si evidenzia la necessità di non delegare all’attività venatoria le azioni di controllo della fauna selvatica, ma prevedere la possibilità di istituire personale ausiliario. Bisogna inoltre rafforzare l’autotutela degli agricoltori e garantire il risarcimento integrale dei danni subiti. Una proposta di legge che però non contempla la gestione dei boschi, tema da affrontare con urgenza non solo per la questione dei cinghiali ma anche per la prevenzione degli incendi e del dissesto del territorio.

Il proliferare dei cinghiali, passati da una popolazione di 900 mila capi in Italia nel 2010 ai quasi 2 milioni di oggi (+111%), ricorda Cia, crea danni milionari all’agricoltura (circa 50-60 milioni di euro l’anno) e non solo.

Con l’invasione di cinghiali, inoltre, aumenta il rischio di malattie, un tema particolarmente delicato in questo periodo del Covid-19, un virus che ha fatto il cosiddetto salto di specie in Cina, un paese dove proliferano mercati di animali selvatici e allevamenti intensivi.

In Europa sono recenti i casi di Peste Suina Africana dopo lo sconfinamento di cinghiali infetti al confine tra Germania e Polonia. La Peste Suina Africana è una malattia altamente contagiosa e spesso letale per gli animali. Non è trasmissibile agli esseri umani ma comporta pesanti ripercussioni economiche perché mette a rischio gli allevamenti.

Secondo le maggiori associazioni ambientaliste – Wwf, Lipu, Enpa – la soluzione non è la caccia ma “parte proprio dall’eliminare i fattori che gonfiano artificialmente le popolazioni di ungulati”, soprattutto l’immissione di cinghiali in natura.

Il rischio in Italia è che si crei la solita guerra di religione, tra cacciatori e ambientalisti, senza risolvere il problema, che invece va affrontato e gestito urgentemente su più fronti perché non è un problema di rapida soluzione.

Enrica Di Battista

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