La presenza, poco nota, è documentata in antichi atti notarili

Albanesi a L'Aquila. Una cappella nel Duomo di San Massimo (in fondo). A sinistra invece le Anime Sante
Una veduta di Piazza Duomo. San Massimo in fondo. A sinistra invece le Anime Sante. Foto Enrica Di Battista

Delle consistenti migrazioni albanesi avvenute dalle terre balcaniche verso l’ Italia, a partire dalla seconda metà del 1400 per sfuggire alla conquista degli “infedeli” Turchi, rimangono testimonianze concrete. Decine e decine di piccole comunità rurali albanesi sono sparse in tutto il nostro Sud.

Villa Badessa, in provincia di Chieti, è una di queste colonie italo-albanesi (arbëreshe) ed è l’unica esistente in Abruzzo. Le altre sono in Molise, in Puglia, in Basilicata, in Calabria e in Sicilia.

In quei tempi lontani i rifugiati albanesi si diffusero in tutta la Penisola, a cominciare dalla Repubblica Veneta. Solo che nei medi e grandi centri urbani – mancando l’isolamento rurale – l’integrazione dei nuovi venuti con le popolazioni locali avvenne molto velocemente, nel giro di due o tre generazioni, e non ne rimangono tracce. Questo veniva facilitato dal fatto che gli arbëreshe erano e sono cattolici, sia pure di rito greco-bizantino.

In ogni caso, solo in alcuni documenti pubblici o notarili si può rinvenire la loro antica presenza al di fuori delle piccole e isolate comunità  ancora esistenti.

Nel Duomo a L’Aquila la “cappella della nazione albanese”

All’Aquila, per esempio, c’era nel XVI secolo una colonia di “massari” (piccoli imprenditori agricoli) albanesi immigrati. Questo lo si evince da un documento notarile dove la loro comunità risulta essere titolare di una cappella nel duomo di San Massimo.

In un atto del 2 ottobre 1541, del notaio Ippolito Balneo, si dice infatti che tale Martino Zita, albanese, manifestò la volontà di farsi seppellire in San Massimo nella “cappella della nazione albanese”. Per questo ufficio funebre gli agricoltori arbëreshe suoi connazionali si impegnarono a versare annualmente 5 ducati agli amministratori del duomo, per la durata di dieci anni. Somma abbastanza consistente per l’epoca.

L'interno del Duomo nel 2007
L’Aquila, l’interno del Duomo nel 2007, prima del terremoto che lo ha distrutto

Nel periodo precedente il terremoto del 2009, cercai personalmente le tracce di questa “cappella della nazione albanese” all’interno del Duomo, ma non ho trovato nulla. E’ verosimile che essa si sia dissolta per cause naturali. Ad esempio con il venir meno della comunità dei massari albanesi, per la loro progressiva integrazione nella popolazione aquilana. Al più la cappella dovette venir meno e scomparire a seguito del rovinoso terremoto del 1703.

Altra precisa testimonianza sull’argomento è contenuta in un atto di notar Francesco da Fossa, del 9 agosto 1564. In esso tale Martino, “alemanno” e primo artigliere nella fortezza dell’Aquila designa sua erede la moglie Beatrice, figlia di Sante di Lazzaro, albanese.

Visti questi esempi, viene da chiedersi quanti aquilani – così come quanti italiani – discendono da rifugiati o immigrati albanesi, alemanni e spagnoli senza esserne a conoscenza.

Giorgio Mendicini
Abruzzo Travel and Food

Piazza Duomo a L'Aquila

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